D.E.M. DEUS EX MACHINALAB BLOG – Noli Me Tangere – Noemi Pittaluga

Noli Me Tangere_danza vede come protagonisti due performer nudi in scena che, nell’oscurità, si trascinano su un palco spoglio.

Lo spazio prende gradualmente forma e dimensione grazie all’accenzione graduale di otto piccoli punti luce che circondano la scena puntando il loro fascio luminoso verso il centro. Accanto alle torce ci sono dei libri e otto microfoni in cui Gabriella Riccio e Paolo Rudelli sussurrano brani di Nancy, Giddens, Murakami, Mishima, Dante, Bergson. Le loro voci a volte si sovrappongono e lo spettatore viene coinvolto in uno stream of consciousness composto da voce e rumori. Si entra pian piano nel vivo di Noli Me Tangere; dopo aver messo in scena la parola, lo spettacolo cambia registro e si articola tramite i gesti. Non più nudi i corpi si muovono in modo disconnesso provocando deformazioni che rimandano alle figure di Bacon e di movimenti maccanici tipici dei robot. Il gesto è come non concluso; stroncato prima del suo compimento, connesso al suono che il pubblico ascolta. Qui la corrispondenza tra suono e gesto sfrutta un processo tecnologico in cui il rumore dei movimenti viene captato dai microfoni considerati come sensori imput. Il rumore viene poi elaborato da un software basato sull’attivazione di vari trigger. Il suono, provocato dai movimenti disarmonici dei performer è il dispositivo che costituisce il rapporto tra figura e spazio. Lo spazio scenico in Noli Me Tangere è un luogo liminale, una bolla a se stante e atemporale. I performer infatti, se prima erano rinchiusi nelle parole dei libri, ora pian piano prendono vita scoprendo l’ambiente circostante. Mentre nella fase iniziale i ballerini non interagiscono tra di loro, ora essi esplorano il loro corpo che ben illuminato produce singolari proiezioni di ombre. Lo spettatore è chiamato ad attendere un contatto, una comunicazione tra l’uomo e la donna che avviene nel momento in cui aumenta l’intensità e il ritmo del suono. Il loro sfiorarsi produce un suono di campane mescolato a un rumore simile a quello di un elettrodomestico appena azionato. Nelle parole preregistrate, pronunciate da una voce che rimanda al loro pensiero, emerge il tema dominante che è alla base dello spettacolo. Il tempo si cristallizza dandoci la possibilità di cogliere il racconto d’amore che ci viene proposto. Nella parte finale si riproduce una danza simile a quella iniziale in cui i due performer sono separati forse come a dire che nella morte l’uomo torna alla sua originaria condizione di solitudine. La morte entra in scena metaforicamente con la disposizione a croce dei danzatori che posizionano le otto torce alla base dei loro piedi e delle loro mani. Gabriella Riccio e Paolo Rudelli si alzano e si spogliano confermando il ritorno dell’uomo alla sua origine e chiudono lo spettacolo citando l’installazione Body of light di Bill Viola. Illuminandosi il corpo, con il raggio luminoso delle torce attraverso un movimento di ascesa e di discesa, essi sottolineano che la morte e la vita sono gli estremi di un processo ciclico.

Deus Ex Machina Lab Blog di Noemi Pittaluga