NAPOLIMONITOR Noli me tangere. Una performance di Gabriella Riccio all’ex Asilo Filangieri – Antonio Grieco

Noli me tangere, drammaturgia di Gabriella Riccio attraverso Jean-Luc Nancy, è uno spettacolo chiave della ricerca artistica della coreografa e danzatrice napoletana, che lo mise in scena per la prima volta con Paolo Budelli nel 2009 al Tin di Napoli. La performance fondeva espressioni artistiche diverse – teatro, arti visive e danza contemporanea – e il tema principale intorno a cui ruotava la partitura era rappresentato dall’investigazione spaziale dei corpi in scena; nella penombra, tra luci collocate ai margini di una nuda pedana, i due performer si sfioravano appena, dando la sensazione di disegnare movimenti in una dimensione rarefatta e senza tempo; successivamente, dopo gesti allusivi di una stanca quotidianità, i loro corpi si avvicinavano stringendosi l’uno all’altro, sino a fondersi in un’unica figura che rinviava a una condizione primigenia dell’Essere.

La sperimentazione interdisciplinare di Gabriella Riccio ha sempre tratto elementi vitali dal pensiero speculativo di filosofi come Derrida, Baudrillard, Deleuze; o, come in questa riedizione dello spettacolo, da Jean-Luc Nancy, teorico del decostruzionismo e dell’idea, in qualche modo di derivazione marcusiana, che l’arte contenga in sé una Molteplicità originaria.

Nell’attuale riattivazione di quella scrittura scenica, raggiunta dopo mesi di intensa attività laboratoriale nell’ex Asilo Filangieri – oggi tra i centri culturali più attivi della nostra città – la coreografa napoletana e Alessandro Pintus (con la importante collaborazione di Massimo Scamarcio per l’ambiente sonoro) ritornano alla struttura iniziale dello spettacolo, proponendone, però, una radicale riscrittura, con l’intenzione di indagare il rapporto “tra suono incarnato e corpo sonoro”.

Bisogna tener conto che qui l’espressione evangelica “Noli me tangere”, è declinata sia nell’accezione più comune di “non mi toccare”, sia  in quella meno nota di “non trattenermi”; quest’ultima, sembra, in questo caso, particolarmente appropriata a comprendere il senso dell’operazione drammaturgica messa in atto da Gabriella Riccio, perché allude alla inderogabile necessità di compiere, attraverso l’arte, “un’azione irrinunciabile”: un gesto di rottura attraverso cui l’artista, “rinunciando all’io”, si propone di andare oltre le convenzioni estetiche e i codici morali del proprio tempo, ponendo in essere un processo di rigenerazione profonda che parte da sé, dalla propria inquietudine esistenziale.

L’azione si svolge nella grande sala del refettorio, col pubblico vicinissimo alla scena che sente le parole degli attori come una eco lontana; e inizia nel buio, in un’atmosfera di assenza e di vuoto, con l’attrice distesa sul pavimento in posizione fetale mentre recita versi che indicano la volontà di superare la lacerazione tra corpo e mente e, insieme, di affermare un bisogno insopprimibile di libertà; di una libertà consapevole, tuttavia, della impossibilità di riconoscere una qualche verità dentro la  Storia. Nel corpo deformato che fugge, come nel corpo stremato che si rianima lentamente nella penombra, sembra di scorgere un riflesso della pittura di Francis Bacon, in particolare quella degli allucinanti Studies of the uman body del 1970, dove i corpi paiono disfarsi per la violenta pressione corrosiva del tempo.

Più in là, verso il fondo, un uomo comincia a muoversi lentamente e ad avvicinarsi alla donna. Ma ciò che in questo inizio colpisce, è il divenire animalesco dei corpi in movimento; corpi che sembrano assediati da forze esterne, oscure, mentre seguono il ritmo sonoro che sale dal basso, talvolta dallo stesso affannoso respiro degli interpreti. I due performer – lei in sottoveste, lui in abiti informali – mantengono una certa distanza spaziale per quasi tutta la piéce; per poi, alla fine, riconoscersi nel buio, in un caldo abbraccio che rinnova il miracolo della vita. Uno dei momenti più  intensi è quando l’uomo corre in senso circolare intorno alla donna, nella penombra di una sala vuota; una scena che ricorda la magia visionaria del teatrodanza di Pina Bausch.

Noli me tangere è una ri-creazione dell’evento scenico come la intendeva Carmelo Bene; vale a dire, come un’operazione di riscrittura drammaturgica che procede per sottrazione, per amputazione dei consueti canoni rappresentativi dell’arte coreografica. I due bravi attori artisti, oscillando tra istintiva vitalità dei corpi ed espressione dionisiaca della musica elettronica contemporanea, hanno lavorato sulla dissoluzione del labile confine tra arte e vita. In questo procedimento concettuale, Gabriella Riccio si è mossa con l’intenzione di comunicare un altro sentimento del tempo e un altro modo di dare un senso alla nostra esistenza; per lei, danza e suono sono creazioni essenziali che contengono in sé una fondamentale componente etica.

L’eticità dell’evento, del resto, è appunto in sé; nella dichiarata volontà di partire da qui, da questo Asilo reso vivo da una comunità di giovani che praticano un’arte clandestina come l’unica, concreta, possibilità di salvarsi dall’inferno che è fuori, resistendo a ogni forma di corruzione dell’agire artistico.

Antonio Grieco su Napolimonitor